Mamre, luogo biblico dell'incontro, il luogo dove Dio, lo Straniero giunto da chissà dove alla tenda di Abramo, rese possibile l'impossibile: "[...] Sara, tua moglie, avrà un figlio" (Gn 18, 1-15).

Alle Querce di Mamre, seduti proviamo a pensare di nuovo.

Comprendere l'altro

Lo straniero (in fondo ognuno di noi) attraversa un sottile confine, tra ospite e nemico, che solamente il modo della relazione deciderà il possibile esito: l'amicizia o l'inimicizia.

Solo nella relazione lo straniero diventa ospite poiché solo la relazione fa l'ospite meno estraneo.



"Senza un ripensamento continuo delle cose non si raggiunge la perfezione"

Antoni Gaudi'


Ogni giorno ciascuno di noi ha la possibilità di vivere svariate relazioni (o dovrei dire me­ glio, «contatti»? Ma, sono relazioni?). Per esempio, chi naviga in Internet, o chi scrive (parla?) nella chat di WhatsApp, ha la possibili­ tà di intrattenere innumerevoli legami, semplici, immediati, espressi dal gesto del cliccare dei ta­ sti e del visualizzare uno schermo. In questo fluire indifferenziato in cui l'altro si presenta sotto forma di lettere alfabetiche, o di immagini digitali, non ci fermiamo mai a riflettere SE questo tipo di «virtualità» si possa chiamare propriamente «relazione» (o rapporto). Si tratta, allora, di prendere coscienza di quello che ci circonda, di rallentare per un attimo la corsa quotidiana e ri-pensare alcuni nodi fondamenta­ li dell'essere-in-relazione. 


 Il significato del termine «relazione» può essere avvicinabile, anche se non pienamente identificabile, a quello di «rapporto». Infatti, la parola «rapporto» viene dal latino re-portare, ‹ri-portare›, cioè ‹riferire›: io riferisco se sono «chiamato a rapporto»; questa implica un significato di subordinazione e al limite, sottomissione. Il rapporto è così caratterizzato da una certa dipendenza tra chi sta sopra e comanda o dirige e chi sta sotto ed esegue, dunque una certa «verticalità».

Diversamente, una relazione presuppone «orizzontalità» il che vuol dire lo stare sullo stesso piano. Infatti, «relazione» giunge dal latino re-feo, che attraverso relatio, si collega a relativus, cioè ‹relativo›. La relazione con l’altro può nascere solo se mi rendo «relativo all'altro», se non mi pongo come termine assoluto ma considero l'altro come lo specchio della mia stessa esistenza, cioè lo specchio dei miei modi di essere con l'altro.